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MARI IAGY: IL MIRACOLO DELLA COREA

mary iagy

Poesie di celluloide che rimangono inscritte, marchiate a fuoco, nel cuore dello spettatore come canti eterni di solitarie sirene. Appartiene senza dubbio a questa malinconica categoria “Siworae - Il mare” (nessuna traduzione, ma proprio sottotitolo originale della pellicola, mai giunta in Italia), di cui purtroppo il grande pubblico ha solo potuto "godere" le atmosfere raffazzonate e occidentalizzate nel remake a stelle e strisce de La casa sul lago del tempo. Pochi in realtà sanno che questi è appunto un rifacimento di questo film del 2000 di Hyun-seung Lee, entrato sin dai subito tra i classici delle commedie sentimentali coreane e non solo. Unendo un elemento di matrice fantastica al romanticismo tipico delle produzioni orientali, il regista è riuscito a creare un ibrido fresco e commuovente, mai stucchevole ma in grado di emozionare a più riprese, fino al liberatorio (e per fortuna assai differente dalla versione americana) finale. Il rapporto a distanza, fatto di missive tra i due protagonisti, ha luogo proprio all'interno de Il mare, una casa così chiamata poichè sorge sulla riva delle acque. Peccato che entrambi vi abitino in periodi cronologicamente distanti, e per una sorta di inspiegabile "magia" i rispettivi presenti si incrocino attraverso la stesura delle lettere, arrivando a creare tra di loro un rapporto che cercherà di sfidare le regole del tempo. Può l'amore nascere, e resistere, di fronte al peso di barriere così apparentemente invalicabili? Lontano da qualsivoglia smanceria, Hyun-seung Lee pone la sua risposta allo sguardo dello spettatore, complice una colonna sonora soave e suadente, pregna di una disincantata malinconia, accompagna lo scorrere degli eventi con innata leggerezza. E' difficile restare impassibili dinanzi a questa storia così irreale che però pone le fondamenta di quest'amore nella realtà più profonda che scaturisce dal sentimento più puro che esista, e che appare in questo film scevro da artifizi "attira-pubblico". Nota di merito

finale per i due protagonisti, Jung-Jae Lee (visto anche di recente nel remake del classico degli anni '60 The Housemaid) e Gianna Jun (in seguito protagonista degli indimenticabili e altrettanto cult My sassy girl e Winstruck), interpreti perfetti di questa fiaba moderna in grado di ammaliare e conquistare il pubblico di ogni dove.

Quando, nel 2002, al Festival International du Film D’Animation, il lungometraggio Mari Iyagi di Sung-Gang Lee, sbaragliando la concorrenza del Metropolis di Rintaro, ha fatto gridare alla nascita dell’animazione coreana, ha tratto in inganno i critici. Quest’industria cinematografica ha inizio, di fatto, negli anni Ottanta con un percorso molto particolare. Si può dire che la Corea inizialmente non fosse interessata al mondo dei cartoni, ma solo ai soldi che questo faceva circolare. Nascono, così, i primi studi d’animazione basati sul servizio di sub-appalto. Questo sistema si basa sulla commissione di animazioni da parte di studi esterni che, per problemi di tempo o di denaro, non riescono a concludere il lavoro. Per l’animazione internazionale la Corea costituisce, dunque, la punta di diamante per i servizi di intercalazione soprattutto per il rapporto qualità-prezzo, ottenuto con forzati turni di lavoro e con stipendi molto bassi. Tutto questo è durato fino al 2000, quando questa lunga gavetta ha iniziato a dare i suoi frutti. Ecco perché con Mari Iyagi dobbiamo parlare di una ri-nascita del cinema d’animazione coreano.

Il film ha come protagonisti due amici d’infanzia, Nam-woo e Jun-ho, che si ritrovano dopo molti anni di separazione a Seul, quando ormai sono adulti. Durante le poche ore che passeranno insieme i due si ritroveranno a ricordare proprio l’ultima estate passata insieme, prima che Jun-ho si trasferisse.

Una delle caratteristiche che risalta sin da subito è il tema della “contrapposizione” che si riflette in tutti i livelli d’animazione compreso nella tecnica. Una contrapposizione continua tra città e campagna, presente e passato, realtà e fantasia, ma soprattutto tra infanzia ed età adulta. Nam-woo il protagonista, si ritrova proprio al passaggio tra queste due fasi d’età in un momento pieno di conflitti e insicurezze, alimentate da eventi che lo investono continuamente: la nonna malata, un nuovo padre da accettare e la partenza dell’unico amico fidato. Ed è proprio per far fronte a questa sua sensazione di vuoto e di dolore che crea un mondo fantastico e Mari, una figura misteriosa che nel film è sprovvista di vera natura. Un mondo visibilmente onirico e immaginario, ma che per “il ragazzo è qualcosa di comparabile alla religione. Nessuno intorno a lui crede che questi esseri esistano veramente, ma lui lo crede e, nella situazione in cui si trova, ha bisogno di crederlo. Lui ha fede[…]”. Dobbiamo però tener presente che tutto questo è un ricordo del Nam-woo adulto e che quindi il mondo immaginario non è visto con occhi innocenti (come Mei in Totoro), ma con una nostalgia tipica degli adulti che ricordano la loro infanzia. La nostalgia che nasce quando si ripensa a ciò che si è perso lungo la strada, affetti, oggetti, particolari che da bambini non avremmo notato. Ecco perché il linguaggio narrativo ci risulta in contrasto con il bambino che vediamo nello schermo, noi dobbiamo guardare con occhi adulti. Sarà poi la rottura della biglia, che conteneva il mondo di Mari, a sancire il passaggio definitivo all’età adulta, come a simboleggiare la sua crescita interiore e quindi la mancanza del bisogno di consolazione.

Da notare è il gatto Yeo che ricopre la figura di “tramite” tra mondo onirico e realtà. Un udito superfino, un olfatto prodigioso, una vista che funziona anche al buio, sono “strumenti” talmente sofisticati da permettere al gatto di “vedere” una realtà molto più ampia di quella che è alla nostra portata. Per questa ragione in molte culture ( e nel film) il gatto è sempre stato considerato un essere soprannaturale in grado di comunicare tra cielo e terra, tra il mondo dei vivi e quello dei morti, tra il mondo dei sogni e quello della realtà; un topos riprodotto molto spesso nel cinema.

Anche nella tecnica ritroviamo questa dualità; per tutto il film 2D e 3D si fondono abilmente creando un unico stile, grazie anche al lavoro di “appiattimento”, ottenuto con dei filtri, in post-produzione. L’assenza di bordi a ogni elemento e i colori tenui rendono l’immagine fluida, dandoci l’impressione che “la scena apparisse realistica e che contemporaneamente sembrasse uscita da un dipinto”.

Il film, uscito in Corea nel 2002, è stato presentato a molti festival; oltre al già citato Festival International du Film D’Animation in Francia possiamo ricordare il “Sitges Film Festival” in Spagna, il “Waterloo Festival for Animated Cinema” in Canada ed il “Bergen International Film Festival” in Norvegia ricevendo sempre critiche positive. Un film che racconta la nostalgia di un ragazzo, ma anche il sogno di un futuro per il cinema coreano.

Bibliografia: Corea: Il cartone è servito. di F.Filippi in e-Motion n°1 2002; Storia dell’animazione coreana di A.Greco in www.storiain.net; My beautiful girl, Mari. La Corea alla conquista del mondo di G.Aicardi in e-Motion n°1 2002; intervista a Sung-Gang Lee ad Annecy di G.Russo; Recensione: My beautiful girl, Mari da Animation Italy in www.animeita.net.

Filmografia: Mari Iagy (Titolo internazionale My beautiful girl, Mari), Corea del Sud, 2001. Produzione: Siz Entertainment Co. Ltd, i Pictures Inc, Terasource Venture Capital Co. Ldt, Korean Film Commission; Regia: Sung-Gang Lee; Sceneggiatura: Soo-Jung Kang, Mi-Ae Seo, Sung-Gang Lee; Durata: 80 min.; Distribuzione: Cinema Service Co. Ltd; Musiche: Byeong-Woo Lee.

Alice Gaglio

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